La jefa: recensione del film

La jefa (La capa, nel senso de La boss) è un film del 2022 diretto da Fran Torres e scritto da Laura Sarmiento Pallarés. Narra la storia della giovane Sofia (Cumelen Sanz), un’ambiziosa ragazza innamoratissima di Nacho (Alex Pastrana). Ottiene un ottimo lavoro come assistente di Beatriz (Aitana Sánchez-Gijón), ma scopre di essere incinta. Che fare? Scegliere il lavoro o la famiglia? La soluzione la propone Beatriz, che vuole un figlio, e quindi firma un contratto segreto con Sofia affinché quella tenga segreta la sua gravidanza e le dia la creatura appena nata. Per farlo, la porta a vivere con sé in una villa isolata in compagnia.

In pratica, La jefa inizia esattamente come The Devil Wears Prada (Il diavolo veste Prada, 2006), e poi si trasforma in un thriller con una prigioniera in una casa alla Misery (Misery non deve morire, 1990). E scomodando questi due titoli sono stato decisamente generoso con il film spagnolo, perché non si avvicina minimamente al livello né dell’uno né dell’altro.

Purtroppo, La jefa è di una piattezza abissale. Non riesce ad emozionare nella prima parte per un’insufficiente caratterizzazione dei personaggi e dei dialoghi a dir poco approssimativi. La seconda parte, che dovrebbe essere tesa per arrivare ad un finale tiratissimo, risulta soltanto noiosa. La regia è completamente inutile, con una telecamera che si pianta di fronte agli attori che parlano senza nemmeno provare ad avere qualche guizzondi vitalità.

E la terza parte è prima di tutto prevedibilissima, e poi per niente emozionante. Tutto è messo in scena, girato e montato come se fosse un documentario sulla vita dei ghiri invece che un thriller con tanto di omicidi e sequestri. La fotografia (di Ángel Iguacel) poi è degna di una soap opera latinoamericana degli anni Ottanta.

Insomma, è un film per la TV che non prova nemmeno a presentarsi come qualcosa di più ambizioso, ed essendo una produzione Netflix forse non dovrei nemmeno stupirmi più di tanto. Il risultato finale è di una pochezza inenarrabile. E dire che i temi toccati sono invece assolutamente interessanti e degni di essere affrontati in film di ben altra caratura!

Infatti il dilemma di Sofia sicuramente se lo pongono tante giovani ad inizio carriera, visto che una gravidanza potrebbe minare le loro prospettive di crescita lavorativa mettendole fuori gioco per alcuni mesi in momenti lavorativamente delicati. La pianificazione familiare oggi è cosa comune, ma che fare con gravidanze desiderate ma che arrivano al momento sbagliato? Juno (2007) affrontava questo tema e, secondo me, lo faceva in maniera molto più convincente. La jefa lo usa solamente come scusa per mettere in piedi una situazione di prigionia di lusso in cui più che violenza fisica ne vediamo di psicologica.

E il personaggio di Beatriz ha del potenziale tragico, condannata com’è ad una vita di ricchezza ma vuota, priva di amore e priva del figlio che tanto desidera da sempre. Inspiegabilmente, però, nemmeno Beatriz risulta ben caratterizzata, e scrivo che la cosa è inspiegabile perché praticamente ci sono solo tre personaggi in questo film di un’ora e cinquanta minuti! Come è possibile che nemmeno uno di loro sia approfondito o scritto almeno decentemente?

Per concludere, stae alla larga da questa ennesima produzione Netflix di pessima qualità di cui si leggono pure critiche positive in giro (che non mi spiego se non con una parte del budget usata per finanziare anche questo tipo di pubblicità). Ciao! 


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7 risposte a "La jefa: recensione del film"

    1. Secondo me si accontentano di mettere dentro un nome conosciuto, così per quei tre giorni in cui tengono sti prodotti in evidenza convincono qualcuno a guardarli, ci rifanno i soldi investiti (pochi), e poi fanno altro. Sono prodotti destinati al dimenticatoio al pari dei singoli episodi di telefilm dozzinali tipo TJ Hooker o Hunter… o almeno questa è l’impressione che mi faccio ogni volta che guardo qualcosa di targato Netflix!

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