Edward Scissorhands: recensione del film

L’anno dopo essere uscito con un blockbuster che più successo di così sarebbe stato difficile farlo (Batman, 1989), Tim Burton tornò al cinema con un progetto molto più personale come Edward Scissorhands, Edward mani di forbice per l’Italia. Il regista scrisse la storia insieme a Caroline Thompson, che qui firma da sola la sceneggiatura. Alla colonna sonora ecco il fido Danny Elfman, e alla fotografia Stefan Czapksy, alla sua prima ma non ultima collaborazione col regista di Burbank, California.

Ecco un accenno di trama per chi non la conoscesse (spero in pochi, questo è un capolavoro da vedere e rivedere). La storia, narrata da una nonna alla sua nipotina per addormentarla, racconta di Edward (Johnny Depp), una strana creatura con lame e forbici al posto delle mani, che viene trovata da una venditrice porta a porta di nome Peg (Dianne West) che se lo porta a casa nella sua cittadina fatta di case color pastello e giardini curatissimi coi vicini che si conoscono tutti tra di loro. La famiglia di Peg lo accoglie bene, col marito Bill (Alan Arkin) che si disinteressa di tutto, e con la figlia Kim (Winona Ryder) che sembra essere l’unica capace di simpatizzare davvero con Edward.

Nonostante Edward sia diversissimo da tutti, all’inizio ha un grande successo grazie alla sua abilità nel potare siepi prima, e poi fare acconciature ad animali domestici e persone (è timido, è un creativo, si veste di nero… qualunque riferimento al Tim Burton del tempo è puramente casuale!). Le cose cominciano ad andare male quando rifiuta le avances di Joyce (Kathy Baker), perché innamoratissimo di Kim. Poi è il ragazzo di quest’ultima, Jim (Anthony Michael Hall), a metterlo nei guai sfruttando la sua ingenuità…

La prima parte del film è una sublime rappresentazione di come una persona non conforme alla massa non possa che essere accettato solo superficialmente, dalla società. Burton ha le idee chiarissime su come tutte queste persone all’apparenza perfette siano in realtà marcissime, orribili, egoiste… e infatti il protagonista del film, l’innocente Edward con la sola colpa di essere diverso dagli altri, non riesce ad inserirsi in società, viene usato, trattato male, e poi cacciato come fosse un mostro.

Edward Scissorhands è un film profondissimo e tristissimo, nonostante possa sembrare all’apparenza come un felice e spensierato film natalizio (e infatti Burton dovette farsi produrre dalla 20th Century Fox, non dalla Disney dove era stato di casa fino a qualche tempo prima). È la cronaca di un’enorme ingiustizia, con una vittima predestinata che non può fare nulla se non subire il destino infame inflittogli da una società ossessionata con le apparenze. Particolarmente rivelatore il suo intervento in TV quando sostiene che sarebbe felice se un chirurgo potesse sostituire le sue lame con delle vere mani, noncurante del fatto che non sarebbe più “speciale” (e Peg, che poverina nella sua innocenza apprezza Edward più di ogni altro eccetto Kim, lo difende dicendo che lui sarà sempre speciale per tutti loro).

L’altro elemento interessante della storia è che Edward Scissorhands sia una specie di mostro di Frankenstein, un non umano (come dice con disprezzo Jim a Kim quando lei lo lascia) ormai diventato un mostro iconico al pari di Freddy Krueger o Jason, pur se protagonista di un singolo film. Ed è un mostro gotico meraviglioso, uscito dalla mente di un regista geniale all’apice della sua carriera e della sua creatività, un apice che, se lo chiedete a me, è durato svariati anni. E personalmente io ogni volta che esce qualcosa di nuovo di Tim Burton lo vado a guardare con grandi aspettative, perché non si può sottovalutare un autore che ci ha regalato quasi una decina di capolavori, e svariati altri film meritevoli di essere visti.

Ci sono innumerevoli scene da brividi in questo film, immagini che si stampano nella memoria anche se apparentemente fugaci. Penso, per esempio, a Edward seduto tristemente sul marciapiede quando gli si avvicina un cagnolone bianco, o ai flashback con il padre di Edward interpretato dal 79enne Vincent Price (al suo ultimo ruolo: morì tre anni dopo). Ho scritto brividi, ma in realtà a me cadono copiose lacrime ogni volta che riguardo questo film, ci sono così tanti momenti intensi che è difficile ricordarli tutti, e le musiche di Danny Elfman le sottolineano sempre alla perfezione. Per esempio, il momento in cui Kim ritrova Edward scappato nel suo castello in fuga dalla folla inferocita è di una dolcezza infinita, che viene rotta brutalmente dall’intervento del violento Jim (che fa la fine che si merita). E come si fa a restare impassibili quando Edward dice Goodbye (Addio) a Kim prima del loro ultimo bacio, con lei che gli dice I love you (Ti amo) piangendo? Che film… E poi si piange di nuovo quando la nonna rivela la sua identità alla nipote… non sarò mica il solo, no? E Kim che balla sotto la neve creata da Edward giusto prima dei titoli di coda?

E sì, si potrebbe parlare per ore della perfezione del lato tecnico del film. Le scenografie sono perfettamente costruite, col castello gotico che non sfigurerebbe nel Nosferatu di Murnau del 1922, e la cittadina di provincia tutta colorata che rappresenta certamente un setting molto più orrorifico del castello stesso. Tutti recitano benissimo, i dialoghi sono finemente cesellati, regia, montaggio e fotografia sono inarrivabili…

Edward Scissorhands è un film emozionante, che non rinuncia a divertire nella sua prima parte, e che poi colpisce duramente nella seconda. Ogni visione è impattante, e la forza del film non diminuisce nemmeno conoscendone ogni singolo dettaglio (io credo di averlo visto non meno di una decina di volte, ma potrei rivederlo altre cento senza stancarmi mai). Se non l’avete mai visto, fatevi un favore e rimediate il prima possibile. Ciao!


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21 risposte a "Edward Scissorhands: recensione del film"

  1. All’epoca della sua uscita eravamo molto fomentati, fra compagni di liceo, Tim Burton era il regista del momento – con quel misto sapiente di “registone di Hollywood” e “autore indipendente” – e il film mi è molto piaciuto, ma confesso: all’epoca il mio cuore batteva forte per Winona Ryder, identica a una mia compagna di liceo di cui ero invaghito… ma forse volevo più bene a Winona 😛
    Ancora oggi non posso sentire il tema musicale di Danny Elfman senza provare brividi in tutto il corpo: arrivo a dire che Burton avrebbe avuto molto meno successo se non avesse avuto al suo fianco un geniale compositore come Elfman.

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  2. La scena di Kim che balla sotto la neve è sempre la prima che mi viene in mente quando penso a questo film, sempre bellissimo: è quello che si può definire un film senza tempo e senza età, universale come tutti i classici dovrebbero essere.
    Non saprei cos’altro aggiungere a quello che hai scritto, se non che finito di leggere ho fatto partire la colonna sonora su Spotify e me la sto ascoltando in questo momento. ❤️

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    1. Colonna sonora incredibile, quella scena di cui hai scritto è da annali del cinema, davvero un classico senza tempo, resta perfetto a più di 30 anni di distanza, e lo sarà sempre, credo!

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    1. Lo credo pure io! Il protagonista è praticamente lui, lo strano che non riesce ad integrarsi.

      Infatti mi ha stupito scoprire leggendo la biografia di Ron Howard che il giovane Tim giocava (e pure bene) a basket nella squadra allenata da suo papà, che era stato giocatore professionista di baseball! X–D

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