Vertigo: recensione del film

Vertigo (La donna che visse due volte, il titolo italiano, invece del più misterioso Vertigini) è un film del 1958 di Alfred Hitchcock. Ed è un film incredibile, a dir poco, tesissimo ed intrigante (a partire dalla primissima scena, così impattante), e allo stesso tempo incentrato su temi affascinanti come quello del doppio (caro anche a Star Trek, di cui sono grande fan) e dell’amore che arriva fino all’ossessione.

James Stewart e Kim Novak sono due protagonisti eccezionali, Hitchcock ipnotizza con scene sempre perfette (l’effetto vertigini ottenuto con uno zoom indietro e contemporanea carrellata in avanti, o al contrario, è da scuola del cinema), anche grazie ad una fotografia memorabile di Robert Burks (San Francisco è meravigliosa in questo film), la sceneggiatura è quadratissima (basata sul romanzo D’Entre Les Morts di Pierre Boileau e Thomas Narcejac), eccetto una singola scena in cui Madeleine scompare da una stanza d’albergo senza spiegazione, la colonna sonora di Bernard Hermann ispirata a Tristan und Isolde di Wagner è toccante… Insomma, temo di avere solo parole di ammirazione per un ennesimo film di Hitchcock che mi sembra, molto semplicemente, perfetto.

La trama, per chi non la conoscesse, si può riassumere così. L’imprenditore Gavin Elster (Tom Helmore) ingaggia l’ex-detective John “Scottie” Ferguson (James Stewart) per seguire sua moglie Madeleine (Kim Novak) perché teme per la sua vita, sembra a volte posseduta dallo spirito di una donna morta suicida a 26 anni molto tempo prima. John la segue, la salva da un tentativo di suicidio nella baia di San Francisco, e… i due si innamorano. Ma, poco dopo, la tragedia: Madeleine riesce a suicidarsi senza che John possa fermarla, perché le sue vertigini gli impediscono di seguirla su per la torre da cui lei decide di buttarsi.

Già questo mistero è talmente intrigante da tenere gli spettatori attaccati allo schermo per i primi due terzi del film. Ma con l’ultimo terzo (dopo un’incredibile rivelazione in un flashback) entriamo in un territorio inaspettato ed inesplorato, con la depressione di John e poi la sua ossessione per una ragazza, Judy (Kim Novak di nuovo), che gli ricorda tantissimo la povera Madeleine.

Ci sono sequenze oniriche impressionanti (e altri momenti totalmente surreali in quanto a colori che secondo me anticipano pure l’uso delle luci che poi fece Dario Argento nei suoi film migliori) la metà del tempo non sappiamo se ciò che stiamo vedendo è la realtà o una sua versione filtrata dagli occhi del povero John innamorato perso di una persona persa tragicamente, e il crescendo finale crea un’ansia infinita, con Stewart che ci regala una performance incredibile: difficile capire fino a dove si spingerà nel finale nella torre della missione spagnola! E poi quegli ultimi dieci secondi di film… Che cazzotto nello stomaco! Sono raggelanti, impossibili da dimenticare. 

Che si può dire di Vertigo che non sia stato detto in mille altri posti e molto meglio di come lo possa dire io? Trovo incredibile come sia stato ricevuto negativamente al tempo, tanto che Hitchcock trovò in Stewart il capro espiatorio (troppo vecchio per essere credibile come interesse amoroso della Novak) e non ci lavorò più, e in alcune interviste si lamentò anche della magnifica Kim Novak (che è ancora viva, forse l’unica di tutto il cast, è del 1933).

Ma tutto questo non merita attenzione, è il film che la merita, visto che lo si potrebbe vedere mille volte senza stancarsi mai. Il tema del doppio, per esempio, è sviluppato non solo chiaramente dalla trama, ma anche nel sapiente uso di specchi, riflessioni, ritratti e fotografie che lo rendono quasi il tema principale, addirittura più in vista della storia d’amore drammatica tra John e Madeleine. Forse è anche grazie a Vertigo che un regista bravo come Edgar Wright ci ha potuto regalare Last Night in Soho (Ultima notte a Soho, 2021)! Ad ogni nuova visione, è facile perdersi in espedienti usati da Hitchcock per sottolineare quasi in ogni scena i temi portanti della storia. Doppio, sì, ma volendo anche triplo o quadruplo, tra Madeleine / Judy / Carlotta Valdes (con Midge a fare da quasi perfetto opposto), suicidi multipli, e donne che si rivedono in ritratti / specchi / riflessi… 

E la stessa storia d’amore è splendida, nella sua drammaticità. Un amore prima di tutto che va contro le regole (Madeleine è sposata con un altro) e poi si presenta sin da subito come complicatissima, vista la condizione psicologica di lei. John per questo amore perde prima la sua unica amica, innamorata di lui, Midge (Barbara Bel Geddes), e poi pure la sanità mentale, praticamente! 

In tanti hanno visto nella relazione tra John e Madeleine una riproposizione di come Hitchcock stesso viveva i suoi rapporti con le sue attrici sempre biondissime: attrazione, ma anche una certa repulsione che lo portava a mantenere le distanze, e, naturalmente, una certa ossessione. Più in generale, Vertigo suggerisce multiple letture e ne sono state fatte infinite, come era inevitabile essendo uno dei film più blasonati di uno dei registi più blasonati della storia del cinema. Se siete curiosi, nei link qui sotto trovate di tutto e di più. Ciao! 

PS: anche i miei adorati Faith No More apprezzano questo film, a giudicare dal video di The Last Cup of Sorrow che ne è un omaggio spudorato!

PPS: basta una singola visione per trovare il solito cameo di Hitchcock che passa di fronte alla macchina da presa.


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8 risposte a "Vertigo: recensione del film"

  1. Sì, è un film quasi perfetto, come solo Hitchcock era in grado di fare. Tra l’altro io ho sempre in mente la splendida locandina (quella stilizzata con la spirale e la sagoma dell’uomo che cade) che mi è sempre stata di ispirazione e modello.

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