Guillermo Del Toro’s Cabinet of Curiosities: recensione della prima stagione

Guillermo del Toro’s Cabinet of Curiosities è una serie horror antologica del 2022 prodotta da Netflix e curata da Guillermo Del Toro (ne è produttore esecutivo). È composta da otto episodi slegati l’uno dall’altro se non per le atmosfere e i temi che li accomunano, così come antecedenti illustri tra cui Tales from the Crypt o Amazing Stories, per citarne giusto un paio.

È proprio Guillermone ad introdurre ogni episodio, in pieno stile Alfred Hitchcock Presents, altra serie antologica che fece il suo debutto nel 1955. Personalmente preferisco serie che mi offrano storie autoconclusive nei loro episodi, magari legate da un filo comune o da una trama orizzontale portata avanti ogni tanto (in stile The X-Files, o Star Trek: Deep Space Nine), quindi mi ha fatto molto piacere scoprire questa Cabinet of Curiosities.

Essendo così pochi episodi, direi che posso permettermi di riassumere i miei pensieri su ognuno di essi qui sotto…

    1. Lot 36

Scritto da Del Toro (e Regina Corrado) e diretto da un suo fedele direttore della fotografia, Guillermo Navarro, Lot 36 mi ha trasmesso delle buone vibrazioni a metà tra The Sandman di Neil Gaiman (il demone fugge quando il cerchio di sabbia che lo tiene prigioniero viene rotto, proprio come fa Dream all’inizio della saga), Cigarette Burns di John Carpenter (con la ricerca di un artefatto maledetto per ottenere del vil denaro), e un racconto di H.P. Lovecraft coi suoi mostri tentacolari (anzi, per essere più preciso, una ipotetica seduta del gioco di ruolo basato sui sui suoi racconti: The Call of Cthulhu). 

1990. Nick (Tim Blake Nelson), un repellente veterano con dei debiti da pagare alla gente sbagliata, ripulisce depositi e sgabuzzini abbandonati dai proprietari per cause varie tra cui… la morte. Il numero 36 apparteneva ad un vecchio nazista che aveva pure sperimentato con poteri occulti che sarebbe stato meglio lasciare stare. Scopriamo così che era riuscito ad evocare un demone tentacolare che si era rifugiato nel corpo della sorella del nazista, che era poi riuscito ad imprigionarlo in una stanza segreta propio dietro il deposito 36. Nick scopre tutto questo grazie a due antiquari (Martha Burns e Sebastian Roché), ma le conseguenze sono disastrose.

Ho apprezzato abbastanza Lot 36 un po’ perché giustamente punisce tutti i personaggi negativi che porta in scena, e un po’ perché è angosciante quanto basta fino al finale. È vero che forse indugia troppo nella parte che non ha a che fare col soprannaturale, però questo permette di introdurre il personaggio di Emilia (Elpidia Carrillo), l’unica che non ha colpe e ottiene una vendetta più che soddisfacente.

    2. Graveyard Rats

Questo episodio è tratto da un racconto di Henry Kuttner, scrittore legato a H.P. Lovecraft da una relazione d’amicizia e anche dall’aver scritto vari racconti nell’universo creato dallo scrittore di Providence. Aggiungo che il regista è il mitico Vincenzo Natali, autore del capolavoro Cube (Cube – Il cubo, 1997), e così si capisce subito quanto fossero alte le mie aspettative! 

E non sono state deluse, perché in Graveyard Rats c’è una bella chiesa nera sotterranea dedicata ad un demone lovecraftiano, un roditore enorme che mi ha fatto pensare a quelli di Princess Bride (La storia fantastica, 1987), tanti momenti di angustia e terrore coi tunnel che brulicano di ratti, e pure due attori che ricordavo aver visto molto più giovani in Cube, cioè David Hewlett e Julian Richings. E il finale mi ha ricordato quello di Creepshow (1982) del buon George A. Romero, ma con topi al posto di scarafaggi che escono da un cadavere.

Mi sembra anche che il tema della serie fino ad ora sia chiarissimo, con personaggi che si dedicano ad attività poco edificanti per avidità e denaro e che fanno delle fini abominevoli per mano di creature demoniache o simili. Stavolta c’è pure un tocco di umorismo, affidato ai due ladri di cadaveri (Alexander Eling e Ish Morris) che aprono e chiudono la storia. Non avrebbero sfigurato in Burke & Hare (Ladri di cadaveri, 2010) di John Landis!

    3. The Autopsy

Qui andiamo di gore come non ci fosse un domani, ed è assolutamente intrigante il mistero di cosa sia accaduto in una miniera in cui in apertura di episodio assistiamo ad una strana esplosione. Chiamato a risolverlo è un vecchio dottore (F. Murray Abraham) che sistematicamente riesce a scoprire la spiegazione degli strani fatti che si trova davanti. 

Bello il finale col dottore che mette di mezzo il mostro, anche se la scena mi è apparsa un po’ troppo inverosimile: quanta forza di volontà sarebbe necessaria per portare a termine il piano ingegnoso ideato dal dottore per intrappolare l’alieno nel suo corpo? In ogni caso, The Autopsy è uno splendido episodio e non sorprende trovare il nome di David S. Goyer alla sceneggiatura. E Luke Roberts è un minaccioso antagonista che funziona decisamente bene. 

    4. The Outside

Questo episodio mi ha trasmesso molte vibrazioni da primo Tim Burton (Edward Scissorhands, Edward mani di forbice, 1990, per nominarne uno), e almeno nella prima parte anche da Carrie (Carrie – Lo sguardo di Satana, 1976), anche se il finale è totalmente diverso. Aggiungo anche un che di Matilda (1996), e vi dico perché: la protagonista è diversa dal resto della gente con cui è a contatto e viene apprezzata per ciò che è solo da un’altra persona. Inoltre la società che la circonda è tutta apparenza, con le persone perfette all’esterno ma orribili dentro. È il primo episodio senza un mostro, ma le ragazze compagne di lavoro di Stacey (Kate Micucci) fanno più paura dei demoni! 

Ma quello che più mi ha sorpreso dell’episodio diretto dalla regista di A Girl Walks Home Alone at Night (2014), Ana Lily Amirpour, è il finale che sovverte le aspettative dello spettatore per far fare una svolta a 180 gradi alla protagonista che invece di restare con chi la ama per quella che è, decide di adeguarsi alla società orrida in cui si trova e tramutarsi in un mostro lei stessa, uccidendo anche colui che la amava e aveva deciso di condividere la sua vita con lei. Il sottotesto sulla società che ci corrompe e ci trasforma in creature orribili, per quanto belle da vedere all’esterno, è poco sotto e molto testo. 

    5. Mr. Pickman’s Model

Ecco un racconto di H.P. Lovecraft ben adattato, con uno splendido Crispin Glover, e con tanti quadri allucinanti e scene che ricreano perfettamente le atmosfere evocate dalle opere dello scrittore statunitense. 

William Thurber (Ben Barnes) è un giovane e talentuoso pittore che viene ammaliato dal suo collega Richard Upton Pickman (Crispin Glover) che è capace di dipingere quadri estremamente suggestivi, e pregni di un’oscurità fuori dal comune. Questa fascinazione per il lavoro di Pickman gli costerà carissima…

Dopo aver immaginato per anni avventure nel mondo di Lovecraft giocando al gioco di ruolo The Call of Cthulhu, è difficile farvi capire la mia gioia nel vedere la Miskatonic University sullo schermo! Ma al di là di questo, credo che il regista Keith Thomas sia riuscito bene a mettere in scena dei personaggi oscuri, in balia di forze più potenti di loro, fino al finale in cui sono i più innocenti a pagare il prezzo più alto (i poveri Rebecca e James, Oriana Leman e Remy Flint). 

Del racconto originale rimangono il Boston Art Club, il personaggio di Pickman, la scena con la pistola nella sua casa, e i disegni ispirati a creature reali (in questo caso, dice Pickman, membri della sua famiglia), ma nessuno dei pezzi aggiunti dallo sceneggiatore Lee Patterson sembra fuori posto, e quindi la storia scorre benissimo dall’inizio alla fine. Da vedere e rivedere! 

    6. Dreams of the Witch House

Ron Weasley! O meglio, Rupert Grint! Qui interpreta una specie di Fox Mulder ante litteram, alla ricerca della sorella (Daphne Hoskins) scomparsa sotto i suoi occhi da giovane, portata via da fantasmi… 

Rieccoci ad un racconto di H.P. Lovecraft, ma stavolta in fase di sceneggiatura (firmata da Mika Watkins) si è deviato fin troppo dal materiale originale, semplificandolo, secondo me, fin troppo. Rimangono gli elementi inziali del racconto, come la casa appartenuta alla strega Keziah Mason (Lize Johnston), il suo famiglio Brown Jenkin (DJ Qualls) con corpo di ratto e faccia umana, e naturalmente la capacità di passare da un piano all’altro come in sogno, col protagonista Walter Gilman (Rupert Grint) che risulta capace di trasportare oggetti da un piano all’altro. 

Si perdono però tutti i riferimenti alla città degli Elder Things e ai sacrifici dovuti a Azatoth, in favore di una più semplice storia di ricerca di un familiare perduto (non stavo scherzando quando ho menzionato Fox Mulder!). Il risultato non è eccezionale, forse a causa anche delle alte aspettative di me che conoscevo il materiale da cui questo episodio è tratto. Probabilmente il peggiore episodio visto fino ad ora, e lo dico con la morte nel cuore vista la presenza del grande Rupert Grint (che continua ad avere problemi coi ratti, dopo aver fatto i conti con Peter Pettigrew nei film di Harry Potter). 

    7. The Viewing

Il regista e sceneggiatore di questo episodio è Panos Cosmatos, e si vede! Girato su pellicola, credo, con colori assurdi, atmosfere anni Settanta, droghe di ogni tipo… il tocco è inconfondibile. Il ritmo è lento, forse pure troppo, con quattro individui eccezionali nei rispettivi cambi (letteratura, musica, astronomia e occulto – rispettivamente, Steve Agee, Eric André, Charlyne Yi e Michael Therriault) che vengono invitati da una delle persone più ricche della Terra (Peter Weller) a vedere un oggetto in suo possesso. Vengono portati lì da Hector (Saad Siddiqui), e ad accompagnare l’eccentrico personaggio c’è la sua dottoressa personale (Sofia Boutella). 

Dopo tante chiacchiere intervallate da pause per consumo di svariate droghe ed alcolici (questa parte è notevolmente tarantiniana, e il personaggio di Weller ricorda tanto il Bill di David Carradine), si scopre l’oggetto misterioso, un meteorite da cui esce una presenza distruttiva com due corna alla Hellboy (tanto per restare in zona Guillermo Del Toro).

Cosmatos è probabilmente quello che gli anglosassoni definirebbero un acquired taste. Io ho adorato il suo Mandy (2018), e sono felice di averlo ritrovato in questa serie antologica, anche se credo che questo suo esercizio di stile avrebbe beneficiato di una durata minore, visto che, diciamolo, per il 90% del tempo pare che non sappia dove andare a parare.

Il finale è grandioso, con un chiarissimo omaggio a Raiders of the Lost Ark (I predatori dell’arca perduta, 1981), e un’acidissima ultima scena in cui l’umanità sembra perduta, in balia di questa potentissima presenza aliena che ha preso possesso del corpo del riccone che ha permesso la sua liberazione.

Per il resto, suppongo che nei dialoghi apparentemente assurdi ci si possa vedere di tutto, dal potere delle droghe ad un dialogo tra scienza ed arte (e incluso tra arti differenti, con lo scrittore che appare molto più volgare e rozzo del musicista, per esempio). Certo, ci si può leggere tutto e niente, ma essendo i temi sviluppati in modo così vago, credo sia difficile capire le reali intenzioni di Cosmatos.

Io ho sicuramente apprezzato la regia, la fotografia, e una colonna sonora piena di sintetizzatori che mi ha fatto davvero impazzire. E poi, come detto, il finale è da urlo. Non so quanti abbiano apprezzato questo esperimento, ma forse Del Toro così è riuscito a far arrivare alle masse un regista normalmente di nicchia, e spero che qualcuno si spinga a cercare i suoi lungometraggi, che meritano di essere visti.

    8. The Murmuring

Jennifer Kent torna a parlare di come affrontare l’immenso dolore di una perdita familiare dopo The Babadook (2014) in questo The Murmuring, in cui una coppia di ornitologi che ha perso una figlia da qualche mese va in un posto sperduto per fare degli studi. Nella goticissima casa in cui si trovano a stare, a Nancy (Essie Davis) appaiono i fantasmi di una madre e un figlio, e finalmente riuscirà a comunicare di nuovo col marito Edgar (Andrew Lincoln). 

La Kent dimostra ancora una volta una grande sensibilità e riesce a sviluppare intelligentemente un tema se vogliamo già rivisto, tra fantasmi bisognosi di pace (tema caro anche allo stesso Del Toro, vedi El espinazo del diablo, 2001) e coppie in crisi per un dolore difficile da superare.

A me è piaciuto ritrovare Andrew Lincoln, che avevo apprezzato parecchio nelle prime stagioni di The Walking Dead, e qui l’ho trovato azzeccato per la parte del marito triste ma che prova a suo modo ad andare avanti e recuperare la relazione con la moglie.

Poi mi hanno impressionato anche le scene degli stormi di uccelli in volo, ma suppongo che sia tutta CGI? Non so, credo sia più facile creare tutto al computer che aspettare di fare riprese splendide contattando dei veri ornitologi (forse la Kent ci si sofferma pure troppo per riempire il minutaggio dell’episodio). Mi è parsa anche chiara la citazione di The Birds (Gli uccelli, 1963) quando ci sono i vari uccellini appollaiati sul tetto rotto, mi ha ricordato l’inizio della scena dell’attacco alla scuola e anche il finale del film di Alfred Hitchcock.


Personalmente non posso che consigliare questa prima stagione di curiosità prodotte e curate da Del Toro che ha permesso a tanti registi di esprimersi su un palcoscenico pieno di visibilità come Netflix, immagino dando loro molta libertà creativa visti i risultati che non mi sembrano basati sui soliti algoritmi fatti per massimizzare il numero di persone che approvino i contenuti di serie e film. Ciao! 

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14 risposte a "Guillermo Del Toro’s Cabinet of Curiosities: recensione della prima stagione"

  1. Seguendo la scia di “Venerdì 13 – La serie”, che mi pare essere una dei precursori di questa serie, mi sono appassionato agli oggetti maledetti, quindi appena possibile mi devo vedere questa, sebbene io detesti Del Toro con tutto il cuore. Perciò quando sarà tornerò a commentare ^_^

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  2. Bello tutto, dal formato ai nomi coinvolti, ma è un antologico che mi ha lasciato bene poco a distanza di tempo. Se gli episodi fossero stati più brevi sarebbe stato sicuramente un’operazione più riuscita. Cheers!

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    1. Io non sono così entusiasta come mi sarei aspettato, ma comunque me lo sono goduto, soprattutto per l’inaspettato Panos Cosmatos e altre chicche sparse qua e là. Alcuni episodi effettivamente pagano l’eccessiva lunghezza, hai ragione!

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    1. Beh, ma non hai visto niente di Del Toro! Mimic lui l’ha disconosciuto. Non avere paura del buio non è suo (ha solo co-scritto la sceneggiatura), e Pinocchio è un suo lavoro minore fatto non so come visto che poco prima aveva girato Nightmare Alley.

      Ti mancano tutti i suoi film migliori: Il labirinto del fauno, El espinazo del diablo, Cronos, La forma dell’acqua…

      E poi non avevi visto e apprezzato Crimson Peak? :–)

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          1. Ecco, almeno io non ho questo problema, essendomeli già visti tutti 😄
            Quello che mi rimane da vedere è proprio questa serie e ancora non ci sono riuscito, con tutti gli arretrati da smaltire e quindi, come già dissi da Cassidy, la mia resistenza ai suoi minutaggi in eccesso rimane da mettere alla prova (ma, essendo io fan del buon Guillermo da anni, credo non sarà un problema)…

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            1. Se ti piace il suo stile ce lo ritrovi, anche se alla fine non ha diretto nessuno degli episodi credo abbia lasciato libertà creativa. Di sicuro ne ha lasciata parecchia a Cosmatos, e si nota! X–D

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  3. Salve,

    Non trovando una vostra email vi contatto qui.

    Scrivendovi colgo l’occasione per farvi i complimenti per il vostro sito e per i contenuti d’interesse e ben scritto che avete realizzato a tema cinema. Avendo dunque letto alcuni dei vostri articoli vorrei proporvi di entrare a far parte de L’occhio del cineasta, una community sulla settima arte dove potete pubblicare, senza nessun tipo d’obbligo e in maniera occasionale, contenuti originali sul mondo del cinema e della serie tv. Questo però non è da intendersi come una mansione lavorativa, ma solo a scopo di passione, un po’ come fate già con il vostro sito. 
    Vi metto qui il link riguardo al regolamento della community dove potete trovare tutte le informazioni dettagliate: https://www.locchiodelcineasta.com/scrivi-di-cinema-con-noi/ 

    Spero che questa proposta possa riscontrare il vostro interesse e se avete qualche dubbio chiedeteci pure. Vi preghiamo di rispondere, anche in caso di rifiuto, a questo messaggio così da non ricontattarvi in seguito. 

    Saluti da Stefano Del Giudice, gestore de L’occhio del cineasta

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    1. Ti ringrazio molto Stefano! Conosco il tuo sito e lo trovo molto interessante e ben fatto. :–)

      Per quanto mi senta onorato di ricevere una tale offerta, penso sia meglio declinarla e restare nel mio piccolo blog a scrivere i miei piccoli post, soprattutto adesso che ho poco tempo da dedicargli rispetto a quanto vorrei…

      Grazie ancora, in ogni caso! La mail di contatto è nella pagina “Intro”, e con poca fantasia è vengonofuoridallefottutepareti @ gmail.com. :–)

      Un saluto!

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