Modelo 77: recensione del film

Modelo 77 è un film del 2022 scritto e diretto da Alberto Rodríguez (al copione anche il suo usuale collaboratore Rafael Cobos). Giusto per dare un po’ di contesto, Modelo è un carcere di Barcelona che da poco ha cessato di funzionare come struttura penitenziaria, e il 1977 è un anno cruciale per la Spagna, con il faticoso passaggio ad una democrazia dopo la morte del dittatore fascista Francisco Franco nel 1975.

Quella di Alberto Rodríguez è un’operazione simile a quella che fece James Cameron col suo Titanic nel 1997: raccontare la storia di personaggi inventati in un contesto storico il più vicino possibile a come si svolsero i fatti realmente. I personaggi inventati sono più o meno plausibili, e i due principali sono il giovane Manuel (Miguel Herrán) e il più anziano Pino (Javier Gutiérrez), due detenuti che inizialmente la pensano diversamente sul provare a sfruttare il movimento popolare che chiedeva un’amnistia dopo la fine della dittatura, e che poi si trovano uniti nella lotta e nelle sofferenze che ne derivano visto che i funzionari del carcere non vanno esattamente per il sottile, tra pestaggi e omicidi.

I principali fatti storici su cui si appoggia il film, quindi, oltre a quelli politici e di governo, sono la nascita (e la morte) del C.O.P.E.L., un coordinamento di carcerati e avvocati che lottavano per dei diritti, le varie rivolte carcerarie tra il 1977 e il 1978, e una maxi-evasione dal Modelo proprio nel 1978 (il due giugno), con 45 detenuti che ottennero la libertà scavando un tunnel di una decina di metri per arrivare fino alla rete fognaria.

Noi vediamo tutto questo attraverso gli occhi di Manuel, che finisce in carcere in attesa di giudizio per anni, e che quando inizialmente chiede soltando alcuni diritti elementari come farsi una doccia o dormire in una cella non infestata da cimici e pidocchi riceve solo botte. Passa così alla protesta organizzata, ma clandestina, viste le condizioni delle prigioni del tempo che, pur non essendo più sotto un regime fascista, erano comunque guidate da fascisti o comunque da direttori e guardi carcerarie che lavoravano lì sin dai tempi della dittatura e che conoscevano solo un metodo di lavoro (violento, naturalmente).

Manuel si scontra quindi con un sistema che prova a cambiare ma incontra ostacoli insormontabili, e la sua delusione è grandissima, tanto che se riesce a resistere è solo grazie al pensiero della bella Lucía (Catalina Sopelana) che lo aspetta innamorata fuori dal carcere (questo forse è uno degli aspetti meno credibili del film, insieme ad una serie di pestaggi che non lascia nessuna conseguenza grave sui nostri due protagonisti sempre un po’ troppo in forma per le torture a cui sono sottoposti).

Modelo 77 si chiude con una serie di immagini d’epoca che dimostrano l’enorme lavoro di ricostruzione storica fatto dai creatori del film. Non solo i prigionieri sono modellati su reali prigionieri dell’epoca, molte inquadrature riproducono fedelmente foto e filmati del tempo, con il carcere Modelo a fare da sfondo inconfondibile (il film è stato girato anche lì, in effetti).

È vero che guardando Modelo 77 è inevitabile che il pensiero vada a Celda 211 di Daniel Monzón, film del 2009 in cui un giovane (Alberto Ammann, non carcerato, ma guardia) si trovava improvvisamente dietro le sbarre, faceva amicizia con un prigioniero più vecchio (Luis Tosar), e poi finiva per lottare a suo fianco per avere più diritti e tutele. Però allo stesso tempo le differenze tra i due film sono evidenti, con Alberto Rodríguez che continua con la sua serie di film che provano a far luce sulla storia recente del suo paese, come La isla mínima (2014) e El hombre de las mil caras (L’uomo dai mille volti, 2016).

Il film denuncia quindi come la democrazia spagnola nata dalle ceneri della dittatura franchista si sia dimenticata di una popolazione carceraria debole e che pagava l’applicazione di metodi fascisti assolutamente ingiusti: le prigioni erano piene di delinquenti comuni giudicati sommariamente (o che passavano anni in attesa di giudizio), e c’erano anche omosessuali senza nessuna colpa e altre minoranze che il regime voleva sopprimere. Ci fu un’amnistia per i prigionieri politici, ma agli altri fu ingiustamente negata ogni speranza.

Anche se probabilmente non siamo ai livello de La isla mínima, che forse rimarrà il capolavoro di Rodríguez, siamo davanti ad un ottimo film che tratta con la dovuta crudezza un momento storico difficile e che se per certi versi ha segnato il successo di un non facile cambio di regime, dall’altro ha ancora ben più di una pagina oscura da portare alla luce (si pensi, per esempio, al documentario El silencio de otros, 2018). Da vedere senza dubbio, ciao!

PS: bella anche la colonna sonora di Julio de la Rosa, con queste tastiere alla John Lord ad aumentare la tensione delle immagini (come se ce ne fosse bisogno).



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