Desierto: recensione del film

desierto1Desierto è il secondo lungometraggio del figlio di Alfonso Cuarón, Jonas Cuarón. Uscito nel 2015 ha un cast notevole con Gael García protagonista (tra le tante cose era in Amores perros di Iñárritu) e Jeffrey Dean Morgan come antagonista (il Comico in Watchmen di Zack Snyder, ma anche Negan in The Walking Dead). Visto ieri sera, ammetto che non mi ha impressionato particolarmente. Vi spiego perché.

La trama si può riassumere in poche parole: un gruppo di messicani (che include García) tenta di varcare il confine con gli Stati Uniti a piedi ma viene visto da un cacciatore/giustiziere (Morgan) che li uccide uno ad uno col suo fucile di precisione. Riuscirà García a salvarsi dalla furia cieca del razzista statunitense?  Il film è tutto qui, e non ci sarebbe niente di male in questo se la realizzazione sopperisse ad una sceneggiatura scheletrica. D’altronde Cuarón (figlio) l’ha co-scritta e precedentemente aveva lavorato a quella di Gravity (film del 2013 diretto dal padre), pure quella tutt’altro che corposa!

Come vada a finire il film si capisce subito, e direi che già questo toglie molta forza all’opera. Nonostante la bravura dei due attori principali, hanno così poco materiale con cui lavorare che è difficile per loro riuscire ad esprimere qualcosa che rimanga impresso. Anche il sottotesto politico, apparentemente facile da sviluppare visto il tema dell’immigrazione clandestina, rimane soltanto abbozzato, privo di sostanza. D’altronde ci sono a malapena dialoghi e per trovare la motivazione del personaggio di Jeffrey Dean Morgan possiamo soltanto rifarci alla bandiera confederata in bella vista sul suo pickup e al breve dialogo con la guardia di confine all’inizio del film. Un po’ troppo poco.

E poi il film mi è sembrato un po’ troppo “pulito” per la storia che racconta. La fotografia è eccezionale, il deserto al confine tra Messico e Stati Uniti risalta pieno di colori sullo schermo, tutto è ben definito, dai cactus in lontananza al lago di sale del finale. Ma in un film con una caccia all’uomo all’ultimo sangue, senza regole e senza ragioni, avrei trovato più adeguata una fotografia sporca, bruciata, per darmi il senso della pelle bruciata dal sole, intrisa di sudore e di paura! Permettetemi un parallelo musicale: il jazz richiede precisione, il blues richiede passione. Questo è un film con un’anima blues ma suonato come se fosse jazz. E tornando al cinema: 28 Days Later (28 giorni dopo, 2002) di Danny Boyle è girato con una telecamera da due soldi e con tantissime riprese a mano per dare il senso che anche noi che guardiamo il film siamo dei sopravvissuti che scappano da orde di infetti. Il film non avrebbe funzionato altrettanto bene con una fotografia pulita e una regia più convenzionale!

Qui Jonas Cuarón dimostra di essere bravo a fare il regista ma, secondo me, non si mette al servizio dell’opera. Il risultato è che c’è poca tensione, poca empatia, e il film mi è risultato freddo e prevedibile, quando invece avrebbe dovuto essere concitato e teso. Comunque va tenuto d’occhio, sicuramente in futuro farà buone cose! Ciao!

PS: divertente notare un altro attore di The Walking Dead, Lew Temple (era Axel, you know what I mean?) nel cameo come guardia di frontiera.

PPS: sono l’unico a pensare a Corrado Guzzanti nei panni di Vulva che dice ripetutamente Il figlio, è il figlio… parlando di Alberto Angela su Rieduchescional Ciannel scrivendo di Cuarón junior?


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3 risposte a "Desierto: recensione del film"

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