Blade Runner 2049

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Siore e siori, per la prima volta in questo blog cinematografico una recensione doppia! Cioè è il solito post a due voci. Venghino numerosi. Accorrete bambini e bambine di tutte le età. Si facciano avanti tutti.

E dunque recensione di Blade Runner 2049 con due punti di vista, quello di Alessandro. Interamente codificato nel colore Blue. E Quello di Lorenzo (e il suo replicante), codificato invece nel colore Black.


Allora…

Iniziamo così, di getto senza e fronzoli.

Perché a me pare che una sola cosa sia chiara alla fine dei conti: figlioli e mogli, se il marito è uno dei personaggi cinematografici storici di Harrison Ford, non vanno d’accordo. E se non vi fosse bastato Kylo Ren in The Force Awakens (2015), figlio nefasto di Han Solo, ecco che Blade Runner 2049 ci ripropone ancora una volta Ford nei panni di un padre disperato alla prese con un figlio scomparso, un passato burrascoso e un plot che sinceramente io avrei evitato di raccontare per scongiurare l’inevitabile effetto Amarcord Trivialis. Spiegato in seguito.

Mi sono anche riproposto di non dilungarmi in questa chiacchierata su Blade Runner 2049, tento quindi di mantenere la promessa con me stesso e, mentre ascolto la bellissima colonna sonora del film firmata da Hans Zimmer, provo a sintetizzare il mio pensiero verso l’ultima fatica di Denis Villeneuve.

Ready? Go!

Denis Villeneuve, talentuoso regista franco-canadese che ai miei occhi sta seguendo un percorso artistico molto simile a quello che fece e sta facendo Nolan (L’inizio ispirato e promettente, l’ascesa ad Hollywood e la gestione di pellicole sempre più altisonanti), da tempo è sulla cresta dell’onda e viene sfruttato dalle major per mettere in piedi dei film che cercano il pubblico ma che sono anche capaci di portare sullo schermo tematiche interessanti e, soprattutto, comparti tecnici degni di nota.

Villeneuve quindi regista di intelligenti film di genere come Arrival (2016), Sicario (2015) o Prisoners (2013). Prodotti che sì ricercano il pubblico ma che riescono a portare la firma registica di un direttore che dimostra sempre di sapere cosa sta facendo e che riesce sempre a lasciare il marchio in quello che crea.

Cosa che vediamo anche in questo splendido Blade Runner 2049. Villeneuve lascia il suo marchio tentanto di unire le atmosfere intimistiche e desolanti dello storico Blade Runner (Ridley Scott, 1982) a quelle di un prodotto odierno ma che vuole e DEVE aver rispetto per il capolavoro a cui si ispira. E in questo Blade Runner 2049 non delude, il film riesce ad essere lento e compassato come il suo genitore, cattura le atmosfere desolanti e poetiche che Scott era riuscito ad imbrigliare meravigliosamente trentacinque anni fa e ce le ripropone in una versione estremamente fedele a quella originale che però ha la voglia di stupire nuovamente e di ricercare nuove immagini e nuovi elementi su cui far leva.

Il tutto fotografato da quel genio di Roger Deakins che si è già fatto valere per le splendide colorazioni di Skyfall di Mendes (2012), per la freddezza narrativa delle atmosfere di Sicario; lo abbiamo visto collaborare in molti degli splendidi film dei fratelli Coen (True Grit, A Serious Man, The Man Who Wasn’t There, The Big Lebowsky), lo ricordiamo inoltre per il sottovalutato Jarhead, sempre di Mendes, e per un altro mare di film.

E, ciliegina sulla torta, musiche di Hans Zimmer. Che crea una delle colonne sonore più potenti di questo anno cinematografico riconfermandosi, come aveva già fatto in Dunkirk, uno dei compositori più capaci del cinema moderno.

Tutta questa disposizione di mezzi e forze d’assalto della tecnica del cinema finiscono per portare in schermo un film che mette giù delle madonne incredibili. Le scene sono sempre studiate, sempre misurate, ben fotografate, perfettamente sottolineate dall’uso del sonoro e della musica. Il film è impeccabile sotto il punto di vista tecnico e, forte del rispetto per le atmosfere dell’originale Blade Runner, questo Blade Runner 2049 riesce a far breccia nello schermo portandoci sul piatto un esperienza visiva e sensoriale che solo suo padre può ricreare.

Forse, però, questa sua ricerca maniacale del tono strutturale dell’originale Blade Runner fa si che spesso possa risultare troppo simile al suo predecessore finendo così per perdere un po’ di quell’unicità che caratterizza l’ambientazione e il tono narrativo dell’unico e inimitabile film targato Scott. E qui Villeneuve, per distaccarsi da queste troppo vivide similitudini, vira verso l’autorialità artistica nel proporci delle scene che hanno la forza di allontanarsi dall’idea visiva del film di Scott ma che forse potrebbero risultare manieriste nella loro composizione così ricercata. Scelta di Villeneuve che apprezzo molto, la trovo una giusta idea tentare di catturare le atmosfere visive di Blade Runner provando a proporre una sua visione di quel desolante mondo, ma che spesso mi hanno fatto l’effetto di una mostra fotografica dai toni radical chic, dove si ricerca con forza un tono artistico che alla fine non va molto oltre quello che mostra, diventando poca sostanza e tanta effimerità.

Comunque trovo che il film sia davvero incredibile sotto il punto di vista tecnico e non posso altro che godere delle bellissime immagini che ci propone, godere del fatto che è stato rispettato Blade Runner sotto molti dei suoi aspetti e amare Villeneuve per aver portato sul grande schermo una bomba tecnica davvero incredibile.

Blade Runner 2049 parte da un presupposto chiaro per narrare il suo plot, leghiamoci al Blade Runner di Scott.

L’idea di trama è semplice: si scopre che la ditta che produceva i replicanti stava provando a creare una tipologia di replicante in grado di riprodursi. Pare che un replicante femmina ci sia riuscita e adesso è aperta la caccia al primo replicante nato naturalmente, non creato artificialmente. Inutile dire che questo figlio, simbolo di libertà per i replicanti schiavi della società umana, è frutto dell’unione di Rick Deckard (Harrison Ford) e Rachael (Sean Young).

Ora, è Blade Runner 2049 un film stupido? No. Il film prende le briglie di questa idea e le sfrutta in modo ottimale rendendo, ancora una volta, onore al suo predecessore e proponendo un film molto intelligente che ragiona e fa ragionare. Bellissima l’idea del dualismo delle storie d’amore. Rick e Rachael / K e Joi. Niander Wallace (Jared Leto) dice a Rick che la sua storia d’amore era finta, finalizzata solo a fargli incontrare Rachel per poi procreare. Ma lui la sente vera. Identica la storia di K e Joi, lei è un prodotto informatico fatto per reagire a quelle sensazioni e in quel modo, ma per loro la loro storia è vera. Esiste. E quindi è la società e il nostro bisogno di evasione che ci spinge a vedere nell’amore una reale fuga, oppure esiste realmente e può essere paragonato alla ricerca di se stessi? Quindi il film usa bene gli incastri del plot per parlare di maternità, del significato di essere vivi, di avere un anima un identità, di dio e della religione, delle paure umane. In questo Blade Runner 2049 è molto vicino a Blade Runner e riesce a catturare l’essenza della fantascienza alta proponendo temi che furono cari al film del 1982, come la ricerca di dio, il ragionare sul significato della vita, dell’essere, di quello che ci definisce umani e vivi.

Però il film di Villeneuve si narra come un classico thriller e perde quell’intimità, quella poetica dell’originale (meglio se versione director’s cut 1992), che purtroppo lo rende leggermente più banale del suo predecessore anche se le tematiche trattate e l’intelligenza di trattarle sfruttando a pieno il plot proposto è sicuramente un punto a suo favore.

Blade Runner 2049 quindi si narra con lo script, con i dialoghi e lo sviluppo di trama, anche con le immagini (interessante ad esempio la scelta della scena delle api, che si dice sia l’animale più vicino a dio, durante la visita di Ryan Gosling alla desolata Las Vegas) come fu per il suo predecessore. Diversamente dal Blade Runner originale (parlo della versione director’s cut 1992 che io reputo la migliore), si spiega troppo a parole e troppo con la narrazione perdendo tanto di quella poetica misteriosa e intimista che avvolge le scene noir del primo titolo. Quel mistero da seguire con lo sguardo, la ricerca del protagonista e dello spettatore che segue lo sguardo del protagonista. L’amore che non ha bisogno di parole, l’indagine che non ha bisogno di spiegarsi, i sogni le visioni. Quel misticismo onirico che avvolge Blade Runner si fa da parte per dare spazio ad una narrazione più classica, sicuramente ben studiata e intelligente, ma meno poetica.

Amarcord Trivialis, che cosa è? E’ quando tiri in ballo le vecchie glorie e spezzi le parabole che non hanno bisogno di seguiti o spiegazioni per funzionare.

Amarcord Trivialis sono Han e Leia con il figlio, quando la chiusura di quella parabola narrativa non ammette una visione realistica dell’accaduto. E’ poetica senza tempo. Non ha bisogno di spiegazioni postume. Né le ammette.

Siamo in un era nefasta di serie televisive dove Netflix la fa da padrone e dove tutti hanno questo bisogno di saga, di conoscere i seguiti e le storie dei personaggi, dove si bada solo al plot e non alla narrazione. In questa era nefasta dove l’epica e la narrazione sono considerate delle cacche di barboncino per terra si tende a scomodare vecchie glorie proponendo nuove storie per certi personaggi che vivono di un epica legata a quello che sono stati, e non che saranno.

E qui, per me, Blade Runner 2049 inciampa in modo che io personalmente trovo molto goffo.

Dicevamo che Blade Runner 2049 è un film molto intelligente e propone tanti ragionamenti interessanti, il punto è che questi ragionamenti potevano esistere anche senza lo scomodare le vecchie storie di Blade Runner, lasciando così che quelle parabole non venissero sminuite da questo puerile e morboso bisogno di seguiti e saghe.

Blade Runner 2049 con l’idea di plot che ci propone spezza l’arco narrativo di Rick e Rachael che non ammette seguiti ne un avvenire plausibile. Rick e Rachael quindi nella loro parabola della ricerca di dio e se stessi fuggono nella natura per trovare loro stessi e dio. Non c’è bisogno di banali plot terreni per dare un seguito a questa storia, che è così poetica nel narrarsi che può funzionare solo in quel contesto. Se gli do un seguito narrandolo in modo più classico, e desaturando la parabola dei suoi significati banalizzo l’idea che aveva Blade Runner calando tutto in un’ottica da saga, da serie, da serial televisivo che può solo nuocere all’intimismo del prodotto.

Avrei preferito una storia originale e più coraggiosa, lasciando perdere i canonici fan service del caso (Edward James Olmos, i file audio del primo titolo, tanto per citarne due) che trovo, in un prodotto così ricercato, una stonatura notevole; puntando a qualcosa che poteva avere le solite tematiche senza spezzare nessun arco narrativo ormai chiuso e che esula dalla narrazione che propone il film. Narrazione che comunque verso la fine sorprende lasciando in sospeso certi fattori che non hanno bisogno di ulteriori avvenimenti per essere compresi. Scelta che alla fine ricerca la poetica, come già detto perduta, di Blade Runner e che sposta il senso del film verso Rick e il figlio piuttosto che sui più canonici sviluppi di trama da serial televisivo come poteva benissimo accadere con la storia dei replicanti ribelli. Scelta però che mi fa temere a dei seguiti. Cosa che non voglio.

E’ qui che Blade Runner 2049 diventa un film controverso, se lo calo in questa ottica banale da saga odierna mi fa incazzare, ma se lo analizzo e me lo godo per quello che è lo apprezzo. Molto.

Sicuramente mi ha colpito e mi farà pensare per lungo tempo.

Quindi.

Mi è piaciuto? Diciamo di sì. Anche se per me la scelta del plot è un no, più per quello che rappresenta che per il plot in se, e forse il film poteva beneficiare di qualche taglio in più così da renderlo molto più corto e quindi leggermente più snello. Per il resto devo dire che Villeneuve ci regala davvero un bel filmone, ben fatto splendidamente curato e per nulla stupido nel volersi raccontare. 

Bene!

Addio.


[Questa recensione assumerà la forma di un dialogo tra me stesso e un mio alter ego replicante, creato appositamente per l’occasione e dotato di ricordi specifici che ne garantiscono l’acume cinematografico (Okay, forse è un mio amico che vuole restare anonimo. O forse no).]

Autore: A me è piaciuto assai. Non è l’originale, ovviamente (e non si poteva manco pretendere), però è molto figo.

Replicante: Anche a me è piaciuto. Troppo lungo, e un po’ troppo voglioso di metterci dentro tutto. Però poteva andare decisamente peggio. Potevano essere due ore di monologhi di Jared Leto, per dire.

A: Eh. Quelli male.

R: Sì, male parecchio.

A: In effetti, pensandoci ha dei difetti veramente palesi.

R: Anche i pregi sono palesi però.

A: Vero. Schematizzando, direi che i difetti sono concentrati sul livello della struttura e della narrazione. Il ritmo è ok. Tutto il reparto estetico è da cinque stelle extralusso.

R: L’atmosfera. L’atmosfera è spaziale. E alla fine è Blade Runner. L’atmosfera è l’80% del film.

A: Sì, ho rivisto l’originale di recente, tanto per arrivare preparato. La versione director’s cut, che credo sia l’unica che vale la pena considerare (l’altra ha quella voce fuori campo che non c’entra una sega, anche tralasciando il finale). Non succede NIENTE in Blade Runner. Ma NIENTE davvero eh. Per gli standard odierni è praticamente un film d’essai. Sta ad Avengers come Dreyer stava a 007.

R: Però c’è Vangelis, le piramidi, il fumino per le strade…

A: Esatto. Vangelis, le piramidi, il cyberpunk, Harrison Ford nel classico ruolo da uomo vissuto. Tutto perfetto. Il motivo per cui l’originale è un capolavoro con la C maiuscola è che prendeva coscienza della sua debolezza narrativa e la trasformava in una forza. La narrazione era ridotta all’osso per lasciare spazio all’atmosfera. Praticamente un film shoegaze, via, ma con quasi dieci anni di anticipo. Intimo e minimalista mentre ti parla di futuro, replicanti e natura umana. Mica male.

R: Ma anche questo seguito a livello di atmosfera è notevole. It looks the part, come dicono gli inglesi. Però non ha quella consapevolezza. Vuole fare troppo, vuole essere filosofico e al tempo stesso epico. Vuole il sottotesto ma anche un racconto solido, come si conviene a un blockbuster nel 2017.

A: A volte sbanda evidentemente, ci sono dei buchi di sceneggiatura in cui ci starebbe una delle statue di donna giganti che compaiono a un certo punto (molto fighe tra l’altro. L’ho già detto che esteticamente è una bomba?). Ma tutto sommato è un degno erede. Con dei momenti notevoli.

R: Pienamente d’accordo.

A: Come quando ***SPOILER ALERT*** la zoccola si fonde con la tipa olografica, per dire. ***FINE SPOILER***

R: Per me Joi è il miglior personaggio del film. È quella che innesca tutte le riflessioni più interessanti sull’identità e sul senso dell’Io. Premio inutilità a Jared Leto. Premio cattivo standard alla mutante cattiva (Luv). Premio ne facevamo anche a meno a Claire Underwood (Il personaggio di Robin Wright in House of Cards) [ok, il mio replicante ha visto troppe serie tv. Sarebbe Robin Wright, la capa della polizia.].

A: Povera, dai, non è male. È praticamente l’unico personaggio umano sensato del film. Invece se toglievano tutte le scene con Jared Leto il film risparmiava mezz’ora e non perdeva niente. L’unica cosa buona del personaggio di Leto (Niander Wallace) è che mi sembrava una citazione, non so se voluta o inconscia, al videogioco Deus Ex: Human Revolution, che secondo me è il miglior Blade-Runner-non-Blade-Runner di sempre.

R: Sembrava voluta, onestamente. Tutto il film mi sembra ricco di citazioni alle opere che, nel corso dei trenta e più anni trascorsi dal Blade Runner originale, ne hanno raccolto e portato avanti l’eredità. Tutta la vicenda di Joi ha parallelismi notevoli con Her di Spike Jonze, per dire. Per quanto la visione del futuro a mo’ di Ikea proposta da Jonze (adesso non fatevi fuorviare, il film è bellissimo e va visto, però oh sa di Ikea) sia esteticamente molto lontana da quella sudicia di Blade Runner.

A: Alla fine comunque mi è piaciuto tutto, mi restano delle perplessità sulla trama. Il finale per esempio: clamoroso per messa in scena, colori, ritmo, musica, montaggio. Ma che senso ha? Perché per torturare Harrison Ford devono portarlo su Marte? Lo scantinato della piramide non andava bene?

R: …

[la programmazione neurale ha i suoi limiti evidentemente]

A: E la scena con la falsa Rachael? A cosa serviva? Dura venti minuti, è il punto più basso del film. Ma poi scusa eh, sbagliano il colore degli occhi?

R: Ma perché c’era stato il black out

A: Già, e l’unico filmato che hanno, e che ci fanno vedere duemila volte, è un’inquadratura stretta del suo cazzo di OCCHIO. Ora, io dico, sbaglia tutto, ma almeno quello lo sai di che colore è…

R: …

[Devo smetterla di lamentarmi dei buchi di sceneggiatura perché il replicante non li gestisce bene]

A: Qualcosa da aggiungere sulla colonna sonora?

R: Stupenda. Il sound design del film è incredibile. Zimmer un genio. Solo un appunto. Non è possibile che da cinque anni a questa parte, ogni volta che in un film c’è un po’ di tensione spuntino le sirene delle navi Tirrenia. Ogni volta che c’è un cambio di scena BOOOOOOOOOO. Passa un autocarro BOOOOOOOOO. Parte un flashback BOOOOOOO. Eccheccazzo.

A: Già. Stessa cosa in Dunkirk (con in più l’orologio: tic toc tic toc BOOOOOOOOOO), ma lì aveva senso, è un rumore che con la guerra ci sta, quel senso di fastidio fisico te lo aspetti. In Blade Runner, onestamente, bastava anche meno. Sul finale ho temuto per le casse del cinema.

R: Già, peccato perché il sound design nel complesso è azzeccatissimo. I richiami ai synth di Vangelis sono perfetti, mai eccessivi.

A: È un problema ricorrente di questo film. Si spinge sempre un pelo oltre. Però quando riesce a restare nel seminato ha molte cose da dire e lo fa sempre in modo elegante. Tutta la riflessione, lasciata abbastanza implicita ma assolutamente cruciale, sui ricordi e su come contribuiscono all’identità è roba fina.

R: Che dire quindi?

A: Tornando all’inizio, il film è bello. Di più. È un film da vedere. Ho letto qualche recensione che lo stronca, ma mi sembra gente che manca il bersaglio perché tira dalla parte sbagliata. Non è perfetto, non è nemmeno un capolavoro, ma riesce a riproporre, intatta e anzi aumentata, la stessa magia dell’originale. Trentacinque anni dopo, abbiamo un altro Blade Runner degno del nome che porta. Non male. Non male per niente. Grazie R., conversazione interessante.

[Ora mi toccherà chiamare un blade runner per liberarmi di questo coso. Mica posso tenerlo sul divano a guardare House of Cards per i prossimi dieci anni…]


3 risposte a "Blade Runner 2049"

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