Rain Man: recensione del film

Rain Man (in italiano Rain Man – L’uomo della pioggia) è un film del 1988 diretto da Barry Levinson e con protagonisti Dustin Hoffman e Tom Cruise. È uno di quei classici film che la TV italiana mandava a ripetizione (o almeno io ho questo ricordo) ed essendo un film per famiglie i miei genitori me lo lasciavano vedere, almeno fino a che arrivava l’ora di andare a letto. Però evidentemente è passato troppo tempo e non ricordavo niente se non che il personaggio di Dustin Hoffman faceva dei calcoli pazzeschi senza sforzo ed aveva dei problemi mentali. Quindi ho comprato il DVD del film e me lo sono (ri)guardato. E confermo: è stato come se non l’avessi mai visto prima.

La trama è la seguente: Charlie (un più insopportabile del solito Tom Cruise) è un commerciante di auto di lusso a cui le cose non vanno troppo bene. Quando muore il suo ricco padre con cui non aveva relazioni da decenni, spera di ereditare la sua fortuna ma scopre invece che il patrimonio milionario è finito tutto nelle mani di un fratello maggiore che nemmeno sapeva di avere. Il fratello è Raymond (un Dustin Hoffman che inevitabilmente ha vinto l’Oscar per la sua interpretazione), una persona affetta dalla sindrome del savant: ha delle difficoltà sociali e comportamentali, ma è anche dotato di una memoria eccezionale e sa fare calcoli complicatissimi a mente senza alcuno sforzo (Hoffman basó il personaggio su una persona reale di cui studiò a fondo il comportamento).

Charlie, contrariato per la mancata eredità, lo rapisce dalla struttura dove vive (facendo infuriare la sua ragazza interpretata da Valeria Golino) e si imbarca in un road trip in cui abuserà verbalmente del fratello fino a che non capirà come sfruttarlo per i suoi fini personali. Raymond subirà le sue angherie non essendo in grado di difendersi. Naturalmente c’è un lieto fine. 

Rain Man è preceduto dalla sua fama, ma sinceramente non capisco da cosa derivi. La colonna sonora di Hans Zimmer è orecchiabile, anche perché è una canzone sola che si ripete per tutto il film quindi ti entra in testa per forza. Ha due superstar protagoniste e questo aiuta, e poi una di loro fa il ruolo più amato dalle giurie di tutti i festival del mondo. È un road movie che mostra tanti Stati Uniti e finisce a Las Vegas, uno dei luoghi più iconici di quel paese ed amatissimo da tutti gli statunitensi (tra le altre cose, si pensi al gran finale della quinta stagione di Friends, o a come furono ricevuti male nel 1995 e nel 1998 Showgirls di Verhoeven e Fear and Loathing in Las Vegas, Paura e delirio a Las Vegas, di Terry Gilliam, che quel luogo osavano metterlo in discussione).

Allo stesso tempo, Rain Man è una storia di redenzione e di crescita personale. Il Rain Man del titolo, che Charlie crede essere un suo amico immaginario dell’infanzia, altri non è che Raymond (la pronuncia dei due nomi in inglese è simile), ma ci vorrà qualche giorno passato con lui per avvicinarsi emotivamente a questa figura fraterna di cui Charlie non aveva che un vago ricordo. A più di trent’anni dall’uscita, quindi, cosa rappresenta Rain Man?

È un film portato sulle spalle da Dustin Hoffmann che ha voluto essere meticoloso nella sua interpretazione di una persona affetta da sindrome del savant e per questo ancora oggi risulta convincente, non irrispettoso. A John Travolta la cosa non è riuscita altrettanto bene nel 2019 con The Fanatic, per dire. Non è sicuramente il primo film ad avere come protagonista una persona affetta da una disabilità (Children of a Lesser God, Figli di un dio minore, è del 1986), ma è quasi sicuramente uno dei primi ad aver avuto un successo strepitoso.

Però allo stesso tempo è anche un film quasi scolastico nel suo mettere in moto degli eventi che si sa già dove vadano a parare dopo pochi minuti di film: il finale in cui Charlie si redime e si riavvicina alla famiglia rinunciando ai milioni di dollari può davvero sorprendere qualcuno? Anche la parte a Las Vegas mi è parsa un po’ semplicistica: pur ricordando tutte le carte che escono, rimane un bel po’ di probabilità a cui far fronte giocando a Black Jack quindi vincere non è così automatico. Per non parlare della regia di Levinson davvero poco ispirata e di un Tom Cruise seriamente insopportabile: qui non lo aiuta il personaggio che deve interpretare, è vero, però ho faticato a vederlo sullo schermo tutto il tempo.

Insomma, non è che mi abbia colpito molto positivamente Rain Man. Anche la parte road movie non offre immagini particolarmente indimenticabili: sì, ci sono dei bei campi lunghi in queste distese deserte attraversate dalla Buick dei due fratelli, ma nulla che mi abbia impressionato più di tanto. Da vedere? Forse, ma senza aspettarsi un film epocale come sembrava essere negli anni immediatamente successivi alla sua uscita al cinema. Ciao! 



22 risposte a "Rain Man: recensione del film"

  1. Gran classico, che per altro inizia con il brano “Iko iko”, ho sempre pensato che l’inizio di “Mission: impossibile 2” che utilizza la stessa canzone, fosse una strizzata d’occhio a questo film 😉 Cheers

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    1. Ahahah! Non avevo mai fatto questa associazione, ma ora che lo dici ci sta tutta! Mi hai spronato a guardare un making of di quella scena in cui c’è John Woo che dice che ha dovuto chiudere gli occhi girandola perché aveva paura per Tom Cruise… X–D

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  2. Io credo di averlo scritto nella mia recensione, ho apprezzato più la prova di Cruise che quella di Hoffman. Il primo è insopportabile, ti do ragione, ma sul finale riesce a rendere le sfumature della sua trasformazione, prevedibile sì, ma non così banale; il secondo invece è avvantaggiato da un personaggio monocorde e per di più privo di empatia, per cui una volta assestata l’inclinazione della testa e il punto fisso in cui rivolgere lo sguardo, il più è fatto. Sinceramente ho trovato più complesso e meglio interpretato il disabile fatto da Penn in Mi chiamo Sam. Comunque concordo che il film non è niente di eccezionale dal punto di vista cinematografico.

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    1. Diciamo che Hoffman qui fa da caratterista, non ha grandissimi margini di manovra, quindi può piacere di più Cruise, in questo sono d’accordo con te! È che a me Tommaso Missile (o Tommaso Crociera) non piace quasi mai, poi qui ha pure un personaggio odioso… figurati! X–D

      E per Sean Penn ho solo grande rispetto!

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  3. “i miei genitori me lo lasciavano vedere, almeno fino a che arrivava l’ora di andare a letto. ”
    anche io idem, mi ricordo che di Elisa di Rivombrosa riuscivo a vedere sempre i titoli di testa e tipo la prima scena 😂

    il film invece non l’ho visto e manco mi ispira, non sono un particolare di nessuno dei due

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    1. È vero che quando si sente “autistico” si pensa immediatamente a Rain Man, ma è anche vero (come sostiene l’articolo) che non è colpa del film, alla fine siamo noi che generalizziamo un ritratto sullo schermo di una forma in realtà alquanto rara di autismo che Hoffmann studiò a fondo! :–)

      Grazie per l’articolo! :–)

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  4. Questo film è carino e interessante, ma non è un capolavoro anche perché il problema riguarda il fatto che hanno descritto una certa sindrome in maniera molto semplicista a mio avviso (la questione infatti è molto più complessa di come viene presentata).

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    1. Diciamo che tutti abbiamo preso Rain Man come la rappresentazione definitiva dell’autismo, mentre invece non voleva esserlo e il personaggio di Hoffmann soffre di una forma non così comune della cosa… Però concordo, film interessante ma sicuramente non un capolavoro! :–)

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